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Persone scomparse: un’emergenza silenziosa che riguarda tutti

Ogni anno in Italia si registrano circa 16 mila denunce di scomparsa, con migliaia di casi che restano irrisolti e famiglie in attesa di una risposta

Persone scomparse: un’emergenza silenziosa che riguarda tutti

In Italia il fenomeno delle persone scomparse continua a essere sottovalutato, nonostante i numeri parlino chiaro. A Filo Diretto ne abbiamo parlato con l’avvocato Claudio Falleti, vicepresidente dell’associazione internazionale Nostos che si impegna nelle ricerche operative e nel sostegno alle famiglie degli scomparsi.

Un’emergenza che riguarda tutti

Ogni anno vengono presentate circa 16 mila denunce, ma migliaia di casi restano aperti per anni, sospesi in una zona grigia fatta di silenzi e interrogativi. Per le famiglie, l’assenza di risposte è una ferita che non si rimargina mai.

Spesso le scomparse vengono archiviate come allontanamenti volontari, una definizione che rischia di banalizzare situazioni molto più complesse. Dietro queste sparizioni si nascondono fragilità psicologiche, disagi sociali o momenti di profonda crisi personale. Parlare di volontarietà, in molti casi, significa ignorare il contesto emotivo e umano che precede la scomparsa.

Il problema non è solo investigativo, ma culturale. La scomparsa di una persona dovrebbe essere riconosciuta come un’emergenza sociale, al pari di altri fenomeni che negli anni hanno trovato maggiore attenzione pubblica e strumenti dedicati. Senza un cambiamento di approccio, il rischio è che, dopo i primi giorni, l’interesse cali e le ricerche si affievoliscano.

I media, la comunità e le istituzioni hanno un ruolo chiave nel mantenere alta l’attenzione. Informare, sensibilizzare e diffondere le immagini delle persone scomparse può fare la differenza. Perché ogni persona che manca all’appello non è solo una statistica, ma una vita che potrebbe ancora essere ritrovata.

Il caso Venturelli e le falle del sistema

Alessandro Venturelli scompare nel dicembre 2020 da Sassuolo, a soli vent’anni. Bastano pochi istanti perché di lui si perdano le tracce, in un momento di particolare fragilità personale dopo un grave incidente che lo aveva segnato profondamente. Da allora, la sua storia è diventata il simbolo di un sistema che spesso arriva tardi.

Uno degli aspetti più critici riguarda la mancata acquisizione immediata delle immagini di videosorveglianza. La classificazione iniziale come allontanamento volontario ha impedito di raccogliere elementi che avrebbero potuto indirizzare le ricerche fin da subito. Eppure, le prime 24 ore sono considerate decisive in ogni indagine di scomparsa.

Il problema non è isolato. In assenza di un reato evidente, le indagini rischiano di finire in secondo piano, con fascicoli che vengono archiviati e ricerche che si muovono solo su impulso di nuove segnalazioni. Questo costringe spesso le famiglie a un estenuante percorso giudiziario per tenere aperta l’attenzione sul caso.

Il caso Venturelli solleva quindi una domanda cruciale: è giusto che la ricerca di una persona dipenda dalla qualificazione giuridica della sua scomparsa? Sempre più voci chiedono regole chiare e uniformi, che garantiscano interventi tempestivi e continui, perché quando il tempo passa, le possibilità di ritrovare una persona diminuiscono drasticamente.

Cercare insieme: media, volontari e nuove regole

Per affrontare davvero il problema delle persone scomparse servono strumenti nuovi e una visione condivisa. Tra le proposte più urgenti c’è l’obbligo di acquisizione immediata delle immagini di videosorveglianza e l’istituzione di fascicoli autonomi presso le procure, dedicati esclusivamente alle scomparse, indipendentemente dall’ipotesi di reato.

Un altro nodo centrale è la comunicazione. In altri Paesi esistono sistemi di allerta rapida che diffondono in tempo reale foto e informazioni. In Italia, invece, il ruolo dei media resta fondamentale ma spesso episodico. Una maggiore continuità nella diffusione delle segnalazioni potrebbe trasformare ogni cittadino in un potenziale osservatore attivo.

In questo contesto si inserisce l’esperienza di Nostos International, un’associazione nata dall’impegno diretto dei familiari di persone scomparse. L’obiettivo è formare volontari, creare reti di supporto e promuovere una partecipazione concreta della comunità alle ricerche. Non solo affissioni o appelli, ma presenza attiva sul territorio.

La speranza non si spegne finché una persona non viene ritrovata. Continuare a cercare significa riconoscere il valore di ogni vita e rifiutare l’idea che, con il passare del tempo, una scomparsa possa essere dimenticata. Perché la differenza, spesso, la fa proprio la comunità che non smette di guardarsi intorno.