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Missione Arcobaleno, 25 anni dopo: il Piemonte che soccorse i profughi della guerra del Kosovo

Un libro ripercorre l’impegno della Protezione Civile e dei volontari piemontesi nell’emergenza umanitaria che segnò il 1999

Missione Arcobaleno, 25 anni dopo: il Piemonte che soccorse i profughi della guerra del Kosovo

A venticinque anni dalla crisi del Kosovo, un nuovo volume ricostruisce una delle più importanti operazioni umanitarie realizzate dalla Protezione Civile piemontese. Ne parliamo con Dante Ferraris, ex responsabile Protezione civile per la Provincia di Alessandria, e  Gianluigi Picotti, un volontario che ha partecipato alla missione.

La Missione Arcobaleno

“Missione Arcobaleno – 25 anni dopo” racconta infatti il contributo offerto dai volontari italiani durante l’esodo di centinaia di migliaia di profughi diretti in Albania per sfuggire alla guerra.

Nel 1999 il conflitto nei Balcani provocò una massiccia fuga di civili, in gran parte donne, anziani e bambini. L’Albania, già alle prese con difficoltà economiche e istituzionali, si trovò improvvisamente ad affrontare una situazione di emergenza senza precedenti. Fu allora che l’Italia attivò una vasta rete di sostegno coinvolgendo regioni, enti locali, strutture sanitarie e organizzazioni di volontariato.

La Regione Piemonte realizzò a Valona un grande campo di accoglienza destinato ai profughi. L’area individuata era inizialmente in stato di abbandono e venne trasformata in una tendopoli grazie al lavoro di centinaia di operatori e volontari. Il campo, dedicato a David Bertrami, volontario scomparso durante un intervento antincendio, divenne uno dei simboli dell’impegno italiano nella gestione dell’emergenza.

L’esperienza rappresentò anche un passaggio decisivo per l’organizzazione della Protezione Civile regionale e per il consolidamento del sistema sanitario di emergenza. La collaborazione tra il 118 e il mondo del volontariato dimostrò l’efficacia di un modello integrato che negli anni successivi sarebbe diventato un punto di riferimento nelle operazioni di soccorso.

Attraverso fotografie, testimonianze e documenti, il libro restituisce il racconto di una straordinaria mobilitazione collettiva, ricordando come solidarietà e organizzazione possano fare la differenza nei momenti più difficili.

Dai campi profughi al volontariato di oggi

Dietro ogni intervento di Protezione Civile ci sono storie che vanno oltre l’assistenza materiale.Nei campi di accoglienza arrivavano persone segnate dalla guerra: famiglie costrette ad abbandonare la propria casa, anziani privati dei loro punti di riferimento e bambini traumatizzati dalla violenza del conflitto. In quel contesto, il compito dei volontari non era soltanto montare tende o distribuire pasti, ma restituire alle persone un minimo di serenità e fiducia nel futuro.

Tra i ricordi più intensi emergono quelli legati ai bambini. Nei primi giorni molti disegnavano esclusivamente scene di guerra e bombardamenti. Con il passare del tempo, però, tornavano a giocare, a socializzare e a vivere momenti di normalità. Segni concreti di una lenta ma importante ripresa psicologica.

Anche le nascite avvenute nel Posto Medico Avanzato del campo rappresentarono un simbolo potente. In mezzo a una tragedia umanitaria, la vita continuava a manifestarsi, offrendo una prospettiva di speranza a chi aveva perso quasi tutto.

Le esperienze vissute nelle emergenze hanno inoltre lasciato un’eredità duratura. Molti volontari raccontano di aver scelto questo percorso proprio dopo aver vissuto eventi traumatici come l’alluvione del 1994 o la missione in Albania. Da allora hanno continuato a dedicare tempo ed energie alla comunità.

Il messaggio finale è chiaro: il volontariato non aiuta soltanto chi riceve sostegno, ma contribuisce anche alla crescita di chi lo pratica. Comprendere le difficoltà degli altri significa sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e del proprio ruolo nella società. Un insegnamento che, a distanza di decenni, conserva tutta la sua attualità.

Alessandria riscopre il Giro d’Italia

La partenza della tredicesima tappa del Giro d’Italia da Alessandria ha riportato sotto i riflettori una delle manifestazioni sportive più amate del Paese. Non soltanto una competizione ciclistica, ma un evento capace di richiamare ricordi, tradizioni e senso di appartenenza al territorio.

Durante la puntata, gli ospiti hanno evidenziato come il Giro rappresenti da sempre un appuntamento popolare che attraversa le generazioni. Per molti italiani il ciclismo è stato il simbolo dello sport vissuto come sacrificio, passione e determinazione. Un fascino che continua ancora oggi, nonostante i cambiamenti nelle abitudini e nei mezzi di comunicazione.

Alessandria conserva un rapporto speciale con la bicicletta. La presenza storica di aziende del settore e una tradizione profondamente radicata hanno contribuito a costruire l’identità di un territorio che viene spesso associato alle due ruote. Il ritorno del Giro nelle strade cittadine è stato quindi vissuto come un momento di valorizzazione delle proprie radici.

Accanto all’aspetto sportivo, è stato sottolineato il ruolo fondamentale svolto dal volontariato. Le associazioni di Protezione Civile e le altre organizzazioni impegnate lungo il percorso garantiscono sicurezza, assistenza e supporto logistico, spesso lavorando per molte ore lontano dai riflettori.

L’evento ha offerto anche l’occasione per rilanciare il tema della mobilità sostenibile. L’auspicio emerso dal dibattito è quello di una città sempre più attenta all’uso della bicicletta, con collegamenti più sicuri tra centro e periferie e una rete ciclabile capace di incentivare gli spostamenti quotidiani.

Il passaggio del Giro, dunque, non è stato soltanto una giornata di sport: è diventato un momento di riflessione sul futuro della città, sulle sue tradizioni e sul valore della partecipazione civica.