L’area di Spinetta Marengo e della Fraschetta continua a fare i conti con una delle più gravi contaminazioni da Pfas in Europa. Dalla trasmissione “Filo Diretto”, con ospiti Maurizia Perruchon del comitato della Fraschetta e Lorenza Neri del comitato “Ce l’ho nel sangue”, emerge un quadro di forte preoccupazione e richiesta di interventi urgenti.
L’emergenza ambientale a Spinetta
L’inquinamento da PFAS rappresenta oggi una delle principali emergenze ambientali del territorio alessandrino. Durante la puntata, le rappresentanti dei comitati locali hanno ricostruito un percorso fatto di denunce, studi indipendenti e mobilitazione civile.
I PFAS, sostanze chimiche artificiali utilizzate in numerosi processi industriali, sono noti per la loro persistenza nell’ambiente e per la capacità di accumularsi nell’organismo umano. A Spinetta Marengo, il problema è legato in particolare allo stabilimento Solvay, dove per anni sono stati prodotti composti oggi sotto osservazione giudiziaria.
Al centro dell’attenzione c’è anche il C6O4, una molecola che, secondo studi recenti, potrebbe presentare rischi superiori a quelli inizialmente dichiarati. Il processo in corso contro due ex dirigenti rappresenta un passaggio cruciale per chiarire responsabilità e dinamiche dell’inquinamento.
Secondo i comitati, il territorio sta pagando un prezzo troppo alto in termini ambientali e sanitari. Terreni, falde e aria risultano compromessi, con effetti che si estendono ben oltre l’area industriale.
Le associazioni ribadiscono che non si tratta di un attacco all’occupazione, ma di una richiesta di equilibrio tra produzione e tutela della salute. La sospensione delle sostanze più pericolose e una vera bonifica sono considerate condizioni indispensabili per il futuro del territorio.
Biomonitoraggi fermi
Il biomonitoraggio del sangue rappresenta uno degli strumenti principali per valutare l’impatto dei PFAS sulla popolazione. A Spinetta e in Fraschetta, però, il percorso avviato dalla Regione appare ancora incompleto.
I primi controlli ufficiali sono iniziati nel 2024, concentrandosi inizialmente entro i 500 metri dallo stabilimento. Successivamente il raggio è stato esteso a tre chilometri, ma da allora il programma sembra essersi fermato. Molti cittadini non hanno ricevuto tutti i risultati, né indicazioni chiare sui controlli successivi.
Nel corso della trasmissione sono emerse testimonianze di persone colpite da tumori, patologie cardiovascolari e problemi endocrini. Pur in assenza di una correlazione scientifica definitiva, i dati disponibili indicano un’incidenza superiore alla media regionale.
I comitati denunciano anche una comunicazione insufficiente da parte delle istituzioni. Promesse di aggiornamenti periodici e di programmi di screening non avrebbero trovato piena attuazione. Questo clima di incertezza alimenta sfiducia e scoraggiamento.
Secondo i rappresentanti delle associazioni, è necessario accelerare i prelievi, ampliare l’area di monitoraggio e garantire trasparenza sui risultati. Solo attraverso controlli sistematici e continui sarà possibile valutare correttamente i rischi per la salute.
Comitati in prima linea
Negli ultimi anni, la mobilitazione civica è diventata il principale motore della richiesta di cambiamento nel territorio di Spinetta. I comitati “Stop Solvay”, “Cielo nel Sangue” e “Vivere in Fraschetta” svolgono un ruolo centrale nell’informazione e nel coinvolgimento della popolazione.
Le assemblee pubbliche, spesso molto partecipate, dimostrano una crescente consapevolezza collettiva. L’incontro del 4 febbraio e il presidio previsto davanti al Tribunale il 12 marzo rappresentano tappe importanti di questo percorso.
Le associazioni chiedono tre interventi prioritari: la prosecuzione del biomonitoraggio, la sospensione della produzione delle sostanze più pericolose e la bonifica completa del sito industriale. A questi obiettivi si affianca la richiesta di maggior attenzione istituzionale verso il quartiere, spesso privo di spazi pubblici adeguati.
Il riferimento al caso Eternit di Casale Monferrato evidenzia come i danni ambientali possano colpire anche chi non ha mai lavorato negli stabilimenti. Per questo la questione viene interpretata come un problema di giustizia collettiva.
I comitati parlano di “zone di sacrificio”, territori in cui sviluppo industriale e tutela della salute non hanno trovato equilibrio. La loro azione mira a restituire dignità, sicurezza e prospettive future alla comunità locale.