Di fronte all’aumento degli episodi di aggressività tra adolescenti, torna il tema della sicurezza nelle scuole. Ma, secondo l’insegnante Liceo Umberto Eco Rita Rossa e la preside dell’Istituto Volta Maria Elena De Alessi, la soluzione non può limitarsi al controllo.
Sicurezza nelle scuole
L’ipotesi di introdurre metal detector all’ingresso delle scuole riaccende il confronto su come affrontare il problema della violenza giovanile. Un tema delicato, che la cronaca recente ha reso ancora più urgente, ma che secondo molte voci del mondo scolastico rischia di essere affrontato nel modo sbagliato.
La scuola, spiegano dirigenti e insegnanti, non può trasformarsi in un luogo di sorveglianza permanente. Strumenti come i metal detector, oltre ad avere costi elevati e difficoltà organizzative, rischiano di dare un messaggio distorto: quello di una comunità educativa fondata sulla diffidenza. Il pericolo è che la sicurezza venga ridotta a una questione tecnica, senza interrogarsi sulle cause profonde del disagio.
Questo non significa negare il problema. I dati sull’uso di armi tra i giovani sono allarmanti e la paura è reale, soprattutto per chi vive quotidianamente la scuola. Tuttavia, il controllo da solo non previene la violenza. Senza un lavoro educativo strutturato, ciò che viene intercettato all’ingresso può semplicemente spostarsi fuori dai cancelli.
La sicurezza, secondo le esperienze raccontate, deve essere il risultato di una rete: collaborazione con le forze dell’ordine, presenza sul territorio, attenzione agli orari di entrata e uscita, ma soprattutto un investimento nella prevenzione. La scuola deve restare un luogo aperto, capace di intercettare il disagio prima che esploda, non una zona blindata.
Affrontare la violenza giovanile richiede tempo, risorse e una visione più ampia. Le risposte emergenziali possono rassicurare nell’immediato, ma non costruiscono soluzioni durature. E la scuola, da sola, non può farcela.
La scuola come presidio educativo
La violenza tra giovani non nasce nel vuoto. Dietro molti episodi si nascondono solitudine, fragilità emotiva e difficoltà relazionali che la pandemia ha ulteriormente amplificato. È da qui che parte la riflessione sul ruolo della scuola, chiamata oggi a essere molto più di un luogo di istruzione.
In aula arrivano ragazzi sempre più complessi, spesso carichi di ansia, rabbia o isolamento. In questo contesto, l’insegnante continua a rappresentare un punto di riferimento fondamentale. Non solo per l’apprendimento, ma per l’educazione emotiva e relazionale. Un ruolo che richiede tempo, ascolto e competenze specifiche.
Il tema dei cellulari e dei social è centrale. Da un lato strumenti potenti e potenzialmente educativi, dall’altro fattori di dipendenza e isolamento. Vietare non basta: è necessario insegnare a usare questi strumenti in modo critico e consapevole, aiutando i ragazzi a orientarsi tra informazioni, modelli e relazioni virtuali.
La scuola può fare molto, ma non tutto. Senza sportelli psicologici adeguati, senza classi meno affollate e senza risorse dedicate, il rischio è che anche le migliori intenzioni restino sulla carta. Prendersi cura dell’adolescente significa riconoscere che l’educazione passa dall’emotività e che il disagio va affrontato prima che si trasformi in conflitto. Investire sulla scuola, oggi, significa investire sulla salute sociale delle comunità di domani.
Regole, autorevolezza e risorse
Il tema delle regole torna centrale nel dibattito sull’educazione. Non regole punitive, ma condivise e credibili, capaci di costruire convivenza civile. La scuola, però, non può svolgere questo compito in solitudine.
Negli ultimi anni, l’autorevolezza degli insegnanti e delle istituzioni si è progressivamente indebolita. Spesso manca il sostegno delle famiglie, che faticano a riconoscere e condividere le scelte educative. In una società percepita come sempre più aggressiva, il rischio è che anche la scuola perda la sua funzione di guida.
A questo si aggiungono problemi strutturali: classi sovraffollate, carenza di docenti, riduzione dell’organico di potenziamento e tagli all’edilizia scolastica. Condizioni che rendono difficile costruire percorsi educativi personalizzati e gestire situazioni complesse.
Eppure, le recenti evoluzioni normative indicano una direzione diversa: sanzioni che non allontanano gli studenti dalla scuola, ma li coinvolgono in attività educative e di responsabilizzazione. Un approccio che punta a recuperare, non a escludere.
La scuola può essere davvero una comunità educante solo se sostenuta da un’alleanza forte con famiglie, istituzioni e territorio. Senza risorse umane ed economiche adeguate, anche le migliori regole restano inefficaci. E la sicurezza, quella vera, continua a essere una responsabilità condivisa.